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lug 13 2010

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Luca

Gran Zebrù – Via normale

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Foto di vetta

Per vedere il video andate nella pagina dedicata, mentre la traccia è qui

Fa caldo, fa troppo caldo. Sono le 3.30, fuori dal Pizzini ci sono 10 gradi e io non so cosa mettere addosso e cosa nello zaino. Ho sbagliato a mettere le maniche lunghe sotto il pile e so che la pagherò… sono le tre e mezza, ci sono 10 gradi e io ho già caldo. In realtà, tutto il caldo provato non è solo conseguenza di climi troppo miti; probabilmente il fatto di andare incontro alla “montagna chiamata desiderio”, inseguita per quattro volte, contribuisce ad alzare la temperatura dentro di me.

Il ricordo della pioggia di ieri pomeriggio, e il timore che non finisse mai, sono ormai relegati nel sacco lenzuolo lasciato in rifugio, tra le cose che non ci servono e che troveremo al ritorno… dovesse piovere, allora, sarà solo acqua e non delusione.

Non siamo solo noi a muoverci presto. Ci sono mille lucciole in fila … alcune veloci, altre più riflessive, altre dal Casati sulla cresta. Tutte verso una piccola croce che si intravede appena ma che, oggi, sarà la gioia di tutti quelli che la toccheranno.

Probabilmente sto romanzando un po’ troppo, ma l’inseguimento a questa splendida montagna è cominciato tre anni fa, durante la salita al Cevedale. Allora avevo alle spalle solo un corso “sveltina” di cinque giorni con le guide di Courmayeur, troppo pochi per azzardare questa salita, ma sufficienti a sperare che, prima o poi, sarebbe toccato anche a me. Quindi eccomi qui a realizzare un desiderio vero, di quelli per i quali avrò sempre un sorriso in tasca. Per questo motivo, non ho voglia di fare la cronaca della salita, questa montagna (come un’altra che per adesso non nomino) meritano un po’ di più, almeno per me.

Quello che ci portiamo dentro dal rifugio sono le immagini delle condizioni del collo di bottiglia e del tratto sotto la crestina finale viste col binocolo … qualche dubbio c’è. Siamo realisti e non cadiamo nella trappola euristica del “ieri l’hanno fatto in 60 e quindi possiamo farlo anche noi”…. e chi se ne frega, oggi dobbiamo vedere se le condizioni ce lo permettono.

Il rito della calzatura dei ramponi, anche se non si sta parlando di Everest e K2, segna il confine tra l’avvicinamento e la salita …. tra poco sapremo se non torneremo più al Pizzini per un po’ o se, l’anno prossimo, saremo ancora qui con le stesse sensazioni.

Il collo di bottiglia parte innevato, diventa sfasciumi, torna neve e termina sfasciumi … vedremo al ritorno cosa fare. Intanto siamo sulla pala e saliamo. Al ritorno la neve sarà molto molle… ma si vede la croce e pensiamo solo a raggiungerla.

Arrivati al termine della pala cominciamo il traverso. Alzando gli occhi, vediamo che, nel tratto più delicato della salita, si stanno già creando gli incroci tra chi scende e chi sale … proprio nella zona del “appenatoccoqualcosavolagiùtutto”. Arriviamo lì anche noi e attendiamo che sotto non ci sia nessuno prima di muoverci e continuare a salire … dieci minuti di attesa non cambiano niente, eppure c’è qualcuno che non capisce e continua a muoversi e scaricare roba.

Per evitare di fare danni, Mau si inventa una salita su ghiaccio e, senza muovere neanche una foglia, arriviamo sulla crestina finale, a due passi da metà della realizzazione del sogno (l’altra metà è quella di tornare al rifugio). E così fu. Croce… foto… emozione e gioia … guardando l’Ortles, altra splendida salita fatta con i miei compagni.

Il gioco è bello quando dura poco, soprattutto questo. Si deve scendere abbastanza in fretta perchè fa molto, molto caldo. Via la crestina, via gli sfasciumi (ripercorsi sul ghiaccio in modo da non toccare nulla) via la pala ….. è come se riavvolgessimo un film…

Via il collo di bottiglia, prima che arrivi qualcuno a scaricarci in testa qualcosa…. sosta a bere, a ridere, a fare un brindisi ormai fuori da tutto, ma dentro ad una splendida fotografia.

Poi c’è l’arrivo in rifugio, il panino e la bibita ….. ma gli occhi sono piantati sulla cima e là resteranno per un bel po’.

alla prossima

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ago 03 2009

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Luca

Gran Zebrù – salita con rinuncia

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gran zebrù

gran zebrù

La sveglia suona alle 3 e le facce assonnate di chi come noi vuole salire il Gran Zebrù, cominciano il via-vai tra le camere e il bagno del rifugio Pizzini. Sciacquato il muso con l’acqua gelida del bagno, mi sento un po’ meno rinco e ho la forza per uscire e verificare la situazione meteo. Anche se la stellata è così limpida da mostrarci la via lattea, in lontananza ci sono frequenti lampi che non ci fanno pensare a niente di buono. Però è buio e si capirà qualcosa di più solo con le prime luci dell’alba. Per adesso facciamo colazione. Alle 4 siamo in cammino sulla morena e, con altre lucciole come noi (nel senso buono del termine)  illuminiamo quel che basta per non deviare dal sentiero o incriccarsi la caviglia su un sasso. Non so se camminare al buio mi piace, ma so che favorisce il fatto di pensare … alle brutte condizioni della via verificate il giorno prima, ai lampi che si stanno spostando verso est, ad aprire il portafoglio e comperare una frontale più potente visto che questa non va più in là degli scarponi… All’alba siamo ai piedi del ghiacciaio e svolgiamo il rituale tipico della specie “alpinist prudens”: incordaggio e ramponaggio. Nella parte bassa e vetrata del ghiacciaio vi sono incastonati centinaia di sassi fuoriusciti a causa del disgelo primaverile o frutti di freschi rotolamenti … anche se non lo sapremo mai, la cosa rilevante è che i buchi siano chiusi.
collo di bottiglia

collo di bottiglia

Arrivati all’imbocco del collo di bottiglia di accorgiamo che le pessime condizioni intraviste dal rifugio, qui risultano essere ancora peggiori. L’immagine che ho in testa del bel canale pieno di neve, contrasta con la realtà di un colatoio pieno di sfasciumi che scaricano se osi starnutire.  Cominciamo a salire e, per fortuna, sia sopra che sotto di noi non c’è nessuno… la facilità con cui parte una scarica di sassi è disarmante. Per fortuna, a metà canale, incontriamo l’unica neve/ghiaccio rimasta e la pioggia di sfasciumi diminuisce. Usciti dalla parte nevosa si continua a salire facendo la massima attenzione a minimizzare gli smottamenti. Ad un certo punto decidiamo di fermarci perchè una cordata è sotto di noi sul tratto ghiacciato e non vogliamo creare danni … intanto nuovole nere si avvicinano.
le condizioni della nord del Pasquale

le condizioni della nord del Pasquale

Raggiunta l’uscita del canale, notiamo sia le condizioni ghiacciate e nere della rampa sia il fatto che gran parte di essa risulta essere avvolta nella nebbia, sia il forte vento …  si pone l’eterno dubbio: cosa fare? Dare ascolto alla voglia e provare a salire ancora un po’ … e poi un po’ … e poi ancora un pochino o dimostrarsi saggi, prudenti (e un po’ conigli, potrebbe dire qualcuno) e pensare che se il tempo dovesse peggiorare, la discesa dal canalino nell’acqua potrebbe rivelarsi inutilmente pericolosa? Che le montagne sono sempre qui etc.. etc…? Nel frattempo la cordata che è sotto di noi ci raggiunge e vedo balenare sui caschi gli stessi identici dubbi. Io credo che in montagna esista una specie di involontaria sudditanza psicologica verso stati d’animo e comportamenti altrui e che, soprattutto nel caso in cui si abbiano dei dubbi, questi vengano ulteriormente rafforzati e sdoganati come a dire “pensiamo la stessa cosa quindi è quella giusta”. Se il tutto si riduce ad una ritirata e ad un rimpianto di vetta, non ci sono problemi; viceversa, le situazioni dubbie in cui la sudditanza viene utilizzata come incentivo a proseguire pensando “se ce l’hanno fatta loro posso farcela anch’io” potrebbe risultare pericolosissima. Questo lo scrivo anche come promemoria a me stesso: la propria sottovalutazione e l’essere critici verso se stessi  è difficile che porti problemi, la propria sopravvalutazione è molto probabile che ce ne procuri a quintalate.
scendendo

scendendo

Ho scritto tutta sta menata per spiegare come, a questo punto della salita, abbiamo deciso di scendere (e con noi altre due cordate) e perchè, una volta volta arrivati nel sole della morena (le nuvole sono risultate sostanzialmente innocue) non ci siamo pentiti della scelta. Per noi, in quel momento, era la più giusta. Tante saranno ancora le rinunce perchè tanta è la voglia di poter salire su altre montagne.

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giu 14 2009

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Monte Pasquale – Parete nord

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La linea di salita

  Per vedere la traccia: qui Troverete immagini e video nelle pagine dedicate Partecipanti (in ordine ordinatamente casuale): Roby, Sabrina, Mau, Lorenza, Fra, Frank, Claudia e il sottoscritto Esattamente un anno fa, io, Maurizio e Lorenza, percorrendo la cresta finale della via normale al Monte Pasquale, abbiamo guardato a destra immaginando chissà quali inferi ci fossero dietro la dolce curvatura che, nascondendo la parete nord, lasciava libero spazio all’immaginazione… adesso, grazie alla fiducia accordataci da Roby “the director”, lo sappiamo. Il tutto comincia sabato pomeriggio quando, puntuali come la pioggia dopo l’autolavaggio, Mau and Co. passano a raccattarmi sotto casa. Raggiungiamo gli altri all’appuntamento stabilito e via verso il parcheggio del Rifugio ai Forni (detta così sembra veloce…). Lungo il sentiero che conduce al Pizzini, oltre alle marmotte, facciamo un incontro “fuori stagione” … in mezzo ai fiorellini e alle farfalle, raccattiamo uno sci giallo che poi lasceremo in custodia ai ragazzi del Pizzini. Il Pizzini è al limite della capienza e i bagarini fanno affari d’oro… per una minestra e mezzo di rosso ho sentito offrire fino a 100 euro … Più di 150 persone affollano il rifugio e, il fatto di essere arrivati un po’ tardino, fa sì che il nostro diritto ad avere un tavolo cominci a decorrere dopo un paio di mezz’ore… poco male, abbiamo la scusa per svaccarci nella verandina con vista sul Pasquale e studiare attentamente la via di avvicinamento e di salita. La cena tarda e la “falegnameria” di Fra fanno sì che la notte scorra meno velocemente di quanto faccia l’acqua in un lago. Per fortuna, anche oggi, la sveglia suona alle 3.30 e, ritrovandomi come la sera prima, ovvero sveglio, mi permette di svolgere velocemente le procedure di iniziazione giornaliera, anticipando gli zombie fuoriuscenti dalle altre camerate. Alle 4,15 siamo in movimento sulla morena che, prima tranquillamente poi un po’ più faticosamente, ci conduce ai piedi della via.  Legati ed abbeverati (tranne me che ho dimenticato la borraccia piena in rifugio!) cominciamo a salire infilandoci all’interno dei resti di una valanga. Questo tratto, non breve, non agevola la progressione e ci obbliga ad un’attenzione ancora maggiore. Usciti dalla valanga, sia la traccia che la neve sono buone e le gambe respirano un po’. La salita continua su pendenze intorno ai 45° fino all’ultimo tratto, quello dove il canale si apre ad imbuto, la pendenza raggiunge i 60° e affiora il ghiaccio. Qui si possono scegliere due strade alternative: la prima prosegue dritta e affronta la lastra di ghiaccio in mezzo alla parete, la seconda aggira la lastra sulla sinistra e prosegue verso la cresta nord prospicente la vetta. Alcuni di noi scelgono di aggirare, altri vanno dritti … io e Mau andiamo dritti, non per fare i “ganassa” quanto per unire al dilettevole, l’utile di provare a fare due tiri su ghiaccio e a creare soste e sicure, grazie anche al supporto di Frank. Pianto due viti, faccio sicura a Mau che va su ghiaccio … dopo 20 metri, si ferma a polpacci fumanti, allestisce una sosta e parto io… lo supero, pianto un chiodo e via in conserva verso l’ultimo tratto che torna ad essere nevoso e diminuisce la sua inclinazione fino a riportarmi allo stesso posto in cui, un anno fa, avevo lasciato spazio all’immaginazione. Anche se molte altre sensazioni tenteranno di rubarle il posto, quelle provate durante l’ultimo tratto della salita rimarranno lì … la soddisfazione di vedere allargarsi la striscia di sole davanti a noi, a comunicarci il fatto che la vetta fosse ormai vicina, è qualcosa che solo chi l’ha provata almeno una volta può capire e sbucare dagli “inferi” che solo un anno prima sembravano fuori portata è stata, nella mia pur piccola esperienza alpinistica, motivo di grande gratificazione. La discesa per la via normale, benchè su neve abbastaza molle, è stata meno peggio di quanto immaginato cosicchè, alle 11,30, ho potuto unirmi ad un nuovo piatto di pizzoccheri e alla mia vecchia borraccia … lei piena di tè e io pieno di soddisfazione.

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lug 16 2008

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Ascesa al Cevedale

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Scartabellando tra le foto del mio archivio, ho ritrovato un video girato con una compattina e montato per divertimento circa un anno fa …. Mi piace l’idea di condividerlo con voi e di indurvi, ogni tanto, in un sorriso ….. L’unico che non sorriderà, e me la farà pagare, sarà il mio socio d’avventura… Se avete voglia di vederlo, potete trovare il video nella “galleria video”

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